Vita

La vita di Santa Marina Vergine di Bitinia è sicuramente una delle più affascinanti narrazioni riscontrate nelle innumerevoli agiografie cristiane a disposizione.  

Santa Marina è nata in Bitinia, l’antica regione romana dell’Asia Minore, più precisamente in Libano, tra il V e VII secolo, in una famiglia cristiana di umili origini, dalla quale ricevette i primi insegnamenti religiosi.

In giovane età, dopo la morte della madre, il padre, uomo di straordinaria illibatezza., chiamato Eugenio, venerato come santo dalla Chiesa Greco-Ortodossa, si prende cura di Lei, meditando nel suo cuore di abbandonare il mondo per ritirarsi in una vita di penitenza. A tale rivelazione Marina cadde in lacrime per il pensiero che sarebbe rimasta orfana e sola, per questo cercò di dissuaderlo e proponendogli che Lei sarebbe andata con lui, ma egli rifiutò le proposte e, poco tempo dopo, affidò la giovane figlia ad alcuni parenti e si ritirò nel Cenobio, un monastero, situato nella valle di Kanoubine, in Siria, fatto di celle e grotte scavate nella roccia, dalla quale si osservava la pianura della Siria, e in lontananza s’intravedeva l'immensità del Mar Mediterraneo, qui i frati vivevano in solitudine e preghiera seguendo le regole di San Basilio.

Eugenio aveva realizzato il suo desiderio di diventare Cenobita, ma il cuore ogni giorno era con la sua figliuola, e cominciò a sentire gli impulsi dell'amore paterno. Venne sorpreso da una grande tristezza e malinconia, la quale dopo qualche giorno, non poté non apparire agli occhi dell'Abate che era attento ad ogni Cenobita. Gliene chiese perciò la ragione con parole piene di grande affetto, ed Eugenio, intenerito da quei modi, prostrandosi ai piedi del Superiore, con le lacrime, gli rivelò che nella sua città aveva lasciato il suo unico figliolo, un angelo di virtù che prima di partire gli aveva espresso il desiderio di diventare monaco, ma che egli aveva rifiutato la sua proposta; compreso il desiderio di Eugenio, l’Abate gli propose di condursi nella sua Città e di portare il suo amato figliolo con sé al monastero per esaudire il suo desiderio di divenire monaco.

Eugenio a tale proposta dell'Abate fu contento e andò subito nella sua città a riferirgli la lieta notizia, una volta arrivato volle verificare la volontà di Marina ad entrare nel monastero e in seguito, visto l’entusiasmo di Marina alla notizia di Eugenio, vestì la sua figliola in abito maschile, dopo averle reciso la bella chioma, e dopo averle cambiato il nome di Marina in Marino.

Si misero tutti e due in cammino verso il monastero. Nel corso del lungo viaggio il padre istruì la giovane quattordicenne nella lettura, le espose i comandamenti e la vita di Gesù, insegnandole tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno per combattere le “insidie del nemico”; come ultima cosa si fece promettere dalla figlia che non avrebbe mai dovuto rivelare a nessuno la sua vera identità. Vissero così assieme, nella stessa cella, per tre anni, sino alla morte di Eugenio.

La giovane Marina, però, continuò in solitudine la vita monastica osservando meticolosamente i comandamenti e la dottrina impartitagli dal padre, progredendo di giorno in giorno in virtù, attraverso un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno, diventando ben presto un esempio per tutti i confratelli e per questo fu amato dall’Abate più degli altri.

Ogni mese alcuni monaci, a turno, venivano inviati dall’Abate nei paesi vicini per svolgere affari economici e non di rado capitava che a metà del viaggio, con l’avvicinarsi della notte e sostassero in una locanda per recuperare le forze. Un giorno fu inviato anche Marino che, assieme agli altri confratelli, passò la notte, come di consueto, nella solita locanda. Il locandiere, Pandasio, aveva una figlia che rimase incinta di un soldato che, casualmente, soggiornò nella locanda lo stesso giorno in cui soggiornarono i monaci. Fu così che la figlia del locandiere accusò di molestie fra Marino. I genitori della ragazza infuriati si presentarono al convento raccontando l’accaduto all’Abate che, incredulo, considerando la santità di Marino, lo fece chiamare per udire dalla sua bocca se le accuse mosse fossero vere. Inverosimilmente Marino non si discolpò ma, dopo aver pensato a lungo, si mise a piangere pronunciandole seguenti parole: “Padre, peccai, sono apparecchiato alla penitenzia”.

A questo punto l’Abate dopo averlo punito duramente lo cacciò. Marino, dunque, visse per tre anni di stenti in una grotta nei pressi del monastero, giacendo per terra, piangendo ed affliggendosi per un fatto da lui non commesso, pregando e facendo penitenza con grande umiltà, non raccontando mai a nessuno dell’accaduto. Visse cibandosi di erbe selvatiche e accettando qualche elemosina. Dopo un anno il frutto vergognoso dell’impuro amore della figlia dell’albergatore, viene portato da Marina, gettandolo ai suo piedi; Marina accolse il bambino, di nome Fortunato, come se veramente fosse stato suo figlio, e per lui ebbe tutte le cure più affettuose, dividendo con lui lo stesso pane e crescendolo con amore e pazienza.

Marina più volte in quei anni viene tentata da Satana provando a dissuaderla su un punto delicato della donna: la bellezza, ma Lei non cedette alle tentazioni.  

Passati cinque anni i monaci del convento, rimasti ammirati da tanta virtù, chiesero con forza all’Abate la riammissione del confratello, il quale, dopo reiterate richieste, acconsentì con molte resistenze, ammettendo anche il bambino, a condizione che si mettesse al completo servizio dei frati; le furono, dunque, assegnati i lavori più umili e faticosi che svolse senza mai lamentarsi, non trascurando il figlio adottivo che educò con amore alle virtù monastiche.

Poco tempo dopo il rientro in convento, Marina, delicata di costituzione, vissuta sempre fra le fatiche, i disagi e i patimenti, consumata dalla straordinaria penitenza, sofferta per cinque anni continui, e dopo le fatiche dei lavori affidatogli al rientro in monastero, ben presto si trovò prossima al termine dei suoi giorni.

Un mattino i suoi confratelli, non vedendola, si preoccuparono per la sua salute e si accorsero e che era sul limitare della morte; accanto a Lei c’era il piccolo Fortunato, che mai l’abbandonava credendo che fosse il padre. Marina sul ciglio della morte gli ricorda di amare il prossimo e di non offendere mai il Signore. Il fanciullo preoccupato per il padre e preoccupato che verrà cacciato dal convento prega il Signore affinché non muoia il padre suo, ma Marina gli ricorda che non verrà mai cacciato dal convento; tale dichiarazione pare fu un prodigio infatti il figliolo non fu mai cacciato dal monastero.

Marina morì nella sua cella all'età di 25 anni. L'Abate ricordando che Fra Marino era un peccatore, disse ai suoi frati di seppellirlo in un luogo lontano dal monastero.

Era usanza per i Cenobiti lavare il corpo di colui che moriva, pertanto i frati si erano recati nella sua cella per praticarla quando improvvisamente indietreggiano, e dopo essersi guardati l’un l’altro gridarono stupiti che Fra Marino era una donna e non un uomo, allorché, all’arrivo degli altri frati, per l’esaltazione di gioia gridarono “Santa Marina!”, a questo grido accorre l’Abate che verificando l’accaduto si prostra ai piedi di Santa Marina e chiede perdono al Signore per la punizione che aveva inflitto a Marina, così pregò a lungo e poi ordinò che quel sacro corpo fosse lasciato nella chiesa per diversi giorni, a pubblica e solenne venerazione dei fedeli, i quali a quella notizia accorsero da tutta la regione.
Nel frattempo la notizia arrivo anche alle orecchie della calunniatrice, la figlia di Pandasio che per la vergogna dapprima si chiuse in casa e dopo, non potendo rimanere in eternità rinchiusa, uscì fuori e confessò il suo peccato, andava dicendo che voleva essere inghiottita dalla terra, ma un pensiero la convinse ad inginocchiarsi davanti alla Santa. A Canobin prima di lei era giunto il padre che anch’egli chiese perdono per il suo peccato; giunta al monastero la calunniatrice si inginocchia davanti al corpo della Santa implorando perdono, in quell’istante avvenne il primo miracolo di Santa Marina che intercesse presso Dio per liberare la calunniatrice da Satana che per anni l’aveva insidiata, così una luce dal cielo l’illuminò e la guarì dal male. La figlia del locandiere, rimasta posseduta dal demonio, dopo aver udito la notizia corse al convento gridando la sua “vergogna” e proprio in quel momento santa Marina la liberò dal demonio.
Da storici accreditati, si evince che Santa Marina morì il 12 Febbraio, la sua salma per sette giorni fu esposta ai fedeli, Ella emanava odori di fiori che avvolgeva le genti circostanti, dopodiché fu sepolta, ma la sua tomba non fu dimenticata e fu luogo di prodigi e guarigioni e in breve tempo fu onorata in tutto l’Oriente.
Qualche tempo più tardi le sue spoglie furono trasferite in Romania e poi, per volere degli imperatori, furono portate a Bisanzio e da qui, il 17 luglio 1228, a Venezia e collocate nella Chiesa a Lei dedicata. Tra il 1806 e il 1810, nel corso della dominazione napoleonica, la Chiesa di Santa Marina fu soppressa e le reliquie vennero spostate nella vicina Chiesa di Santa Maria Formosa, dove si trovano tuttora riposte all'interno di una teca.

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